ACCESSO ALLE CURE TRA ECONOMIA E SALUTE

03 gennaio 2017

Tra il dettato costituzionale del diritto alla salute e l’attuale stagione di spending review, con rischi di arretramento complessivo della domanda di salute da parte dei cittadini, è compresa una lunga e articolata parabola che rende il tema dell’accesso alle cure un tema all’ordine del giorno del dibattito pubblico.

Tanto più oggi, quando tornano domande come quella sulla possibilità di garantire ai cittadini un equo accesso a cure, che siano appropriate e che non comportino sprechi o cattivo utilizzo delle scarse risorse. Interrogativi che continuano ad investire classe politica, tecnici, camici bianchi, cittadini, in un orizzonte di declino del welfare ormai scontato. Un orizzonte in cui il principio dell’accesso di tutti a tutto è definitivamente entrato nel paradiso (o inferno) delle ideologie.

Quella italiana è una popolazione che invecchia e in cui sono sempre più diffuse le patologie croniche. Il documento realizzato dall’Istat con il sostegno del Ministero della Salute, di tutte le Regioni e con la collaborazione di Agenas “ Condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari - 2013”, ci mostra come stiano cambiando la salute degli italiani, i comportamenti individuali per la tutela della salute e come vi sia un diverso utilizzo dell’assistenza sanitaria pubblica e privata. Da questa indagine (che coinvolge circa 120.000 persone) emergono elementi di riflessione importanti per individuare e realizzare adeguate politiche di prevenzione e di assistenza sanitaria nei prossimi anni.

Tra i numerosi dati presenti nel rapporto alcuni sono particolarmente interessanti: diminuisce il ricorso alle terapie non convenzionali, che nel 2000 erano usate dal 15,8% della popolazione, mentre nel 2013 scendono all’8,2%, cala nettamente l’uso dei rimedi omeopatici, che scende dal 7% al 4,1%, crollano del 30% le cure odontoiatriche.

 Aumentano i tumori maligni (+60%), le malattie della tiroide (+52%), la malattia di Alzheimer e le demenze senili (+50%). La depressione affligge circa 2,6 milioni di individui, per lo più donne, e l’11% delle famiglie hanno almeno una persona con limitazioni funzionali. Di queste più del 70 % non usufruisce di alcun tipo di assistenza domiciliare né privata né pubblica e rimangono invariate le disuguaglianze sociali nella salute e le limitazioni di accesso ai servizi sanitari.

A ciò si aggiunge il pericoloso e preoccupante fenomeno di rinvio di cure e accertamenti sanitari ritenuti non indispensabili da parte di molti cittadini, legato ad una difficile situazione economica ed ai costi della salute.

Secondo una ricerca del Censis sono diventati 11 milioni nel 2016 gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagarle di tasca propria. Sono 2 milioni in più rispetto al 2012 e gli anziani sono quasi un quarto di chi salta o rinvia esami e terapie.

La sfida dunque è quella di comporre ragionevolmente diritto alla salute del singolo e della collettività con un uso efficiente delle risorse, pubbliche e private. Una sfida complessa, una governance tutta da definire, senza fare ricorso a ricette precostituite o risposte da manuale. Una sfida che impone una riflessione approfondita, scevra di stereotipi e luoghi comuni.

Punto di partenza è la considerazione attenta del significato e dei limiti del diritto alla salute oggi. Il ragionare su questo punto deve prescindere dai miti post-moderni della cura “fai da te”, deve guardare con diffidenza i discutibili approcci terapeutici diffusi in Rete, non può abbassare la guardia verso i tranelli della società liquida.

Il dialogo terapeutico tra medico e paziente resta ineludibile e centrale, in quanto consapevole di una specifica condizione geografica, epidemiologica, sociale e culturale in cui vive il paziente. Con scienza e coscienza messe in campo, il medico definisce le condizioni di salute e quindi offre una prima concretizzazione al diritto alla salute, che non è un concetto astratto.

Tanto più in un momento in cui è nota l’esistenza di fasce sociali in difficoltà che, come già evidenziato in precedenza, spesso rinunciano alle cure, o le rinviano. Un fenomeno sempre più ampio che non riguarda più soltanto soggetti migranti o anziani che vivono in condizioni di solitudine e precarietà, ma intere famiglie che entrano in crisi per la perdita di reddito e di lavoro e che inseriscono la salute tra le voci di spesa procrastinabili.

Quale la risposta può venire da un sistema sanitario sottoposto da anni a tagli e spending review? Quale accesso può verificarsi in concreto? Quanto, non sarà condizionato da logiche di tagli lineari che finiscono per omologare tutto, sul fronte delle domande e su quello delle risposte? Un altro tema decisivo: una risposta efficiente ai bisogni e ai diritti deve essere modulata sul metro della responsabilità e dell’efficienza. In una parola sul metro del buon uso delle risorse, del buon governo da parte di tecnici e politici.

Innumerevoli le riflessioni sul mix di questioni, domande e risposte, sfide e strategie che l’accesso alle cure oggi solleva. Occorre dare per scontato l’approccio diversificato al tema come sottolineato a più voci da esperti e professionisti che sono quotidianamente in prima linea in un confronto diretto con la domanda di salute dei cittadini.

Una diversità che, tuttavia, non può eludere il fatto che, al fondo della questione, a bocce ferme, è urgente definire un nuovo modello aperto all’innovazione, pur fortemente ancorato alla professionalità dei camici bianchi, al realismo dei tecnici, alla lungimiranza dei politici.

Irrigidirsi su vecchi schemi ed affidarsi ad approcci obsoleti, insomma scegliere di giocare in difesa sul terreno della diritto alla salute, non è una strada praticabile. Dobbiamo esserne tutti pienamente consapevoli e impegnarci perché dai medici può venire un prezioso contributo di scienza e umanità.