Violenza: No Grazie!

19 novembre 2018
VIOLENZA: NO GRAZIE!

Ancora una volta l’Ordine dei Medici di Varese ha deciso di entrare nel merito di un capitolo attuale e doloroso come la violenza nei confronti del personale sanitario impegnato nei Pronto soccorso, sul territorio, negli ospedali. Un tema che, negli ultimi anni, ha occupato spazi crescenti sui media, giornali, tv, web, confermando i dati di fatto e le preoccupazioni che racco­gliamo tra i colleghi che spesso si trovano a gestire questi fenomeni, quando non sono direttamente coinvolti. La violenza sui luoghi di lavoro sta diventando un fenomeno di dimensioni sempre più ampie; i dati Inail del 2018 segnalano che, in Italia, si verificano ogni giorno tre episodi di violenza: violenze di varia natura che vanno dalle aggressioni, alle percosse, ai tentativi di abuso sessuale.

Più di un terzo dei 4000 infortuni descritti, riferibili a violenza sui luo­ghi di lavoro, riguardano operatori della sanità e il 70% è costituito da donne. Una ricerca dell’Università la Sapienza effettuata nel 2017 sui medici, a Roma, ha rilevato 1420 episodi violenti: 60% minacce ver­bali, 20% percosse, 10% a mano armata, 10% atti di vandalismo. Anche in questa indagine due terzi delle vittime erano donne. Nel 2002 l’Organizzazione Mondiale della sanità ha definito la violenza sul lavoro il più importante fattore di rischio professionale per la salu­te degli operatori sanitari e questo fenomeno è diventato negli ultimi anni un elemento di preoccupazio­ne per la sicurezza e la salute degli operatori sanitari coinvolgendo in particolare alcuni settori a maggior rischio di esposizione quali i servizi di emergenza-urgenza, le strutture psichiatriche ospedaliere e territo­riali, i luoghi di attesa, i servizi di continuità assistenziale.

Come si è potuto capire seguen­do il recente convegno di salute pubblica “Violenza: no, grazie!”, da noi organizzato ad Induno Olona, seguito ideale di un altro Simposio, “profetico”, del 2009, affrontare con serietà il problema esige la capacità di non fermarsi ai singoli fatti denunciati da medici e media. Vanno messi in campo “pensieri lunghi”, riflessioni non di breve respiro, ma soprattutto una capacità di lavorare insieme, soggetti diversi, con competenze diverse.

Il nostro convegno ha offerto un quadro allarmante della violenza endemica, che affligge le nostre società, mondo della sanità inclu­so. Senza accampare giustifica­zioni o praticare sottovalutazioni, la violenza è uno degli effetti di una diffusa condizione sociale di preoccupazione e paura, incertez­ze e rabbia.

Cause diverse contribuiscono al moltiplicarsi di atti violenti. Si ri­ducono le protezioni sociali, i temi della sanità e della previdenza re­stano sempre nell’occhio del ciclo­ne, l’incertezza legata alla crisi e al lavoro che non c’è, una politica spesso lontana dalle esigenze dei cittadini.

Lungo l’elenco di fattori che contribuiscono a creare un pe­ricoloso brodo di coltura in cui anche sentimenti e comportamenti violenti mettono radici profonde. Una situazione di grande malesse­re provoca rigurgiti di intolleranza e di aggressività che trovano uno sfogo in luoghi aperti e su figu ­re esposte, da cui si attendono risposte tempestive e risolutive.

Se la violenza è diffusa, endemica, a volte improvvisa e imprevedibile, i luoghi su cui abbatte con forza sono chiaramente individuabili. Tra questi luoghi rientra il mondo della sanità, che si rivela essere la trincea spesso più avanzata a livello sociale. È interessante no­tare come la maggior parte delle aggressioni siano perpetrate dagli stessi pazienti, a volte affetti da disturbi psichici, a volte sotto l’ef­fetto di droghe o alcol ma, altret­tanto spesso, carichi solamente di aggressività ed esasperazione non sempre motivata.

I medici e gli infermieri occupati nelle strutture ospedaliere o sul territorio, i medici di medicina ge­nerale, sono i soggetti che prima di altri possono valutare e leggere i segni di una violenza che entra con forza anche nei luoghi di cura e investe gli operatori sanitari. A questo punto i medici si rivelano essere vittime di questi fenomeni, operatori che devono fare i conti con l’aggressività quotidiana, ma nello stesso tempo possono rivelarsi preziose risorse per una significativa inversione di marcia, per incamminarsi fuori dal tunnel.

Per il ruolo e la collocazione, tutto il personale sanitario si confron­ta in tempo reale con i fenomeni di violenza, conosce segnali e tracce, interloquisce con le vittime e con i soggetti che praticano comportamenti violenti. Una consapevolezza che può essere importante per individuare stra­tegie e proposte per contrastare questi fenomeni.

Sono i medici che, in ragione della loro professione, si aprono all’ascolto - e come ha detto un relatore al convegno, “l’ascolto dei medici è già momento di cura”. E proprio i medici, con questa loro esperienza, possono svolgere un rischioso ruolo di “prima linea”, ma anche di cerniera con tutti i soggetti che devono scendere in campo, dalle Forze dell’ordine alle istituzioni, dalle associazioni impegnate sul territorio allo stesso mondo politico.

Al medico spetta un ruolo di primo piano, di soggetto che, al crocevia del dialogo e della collaborazione tra realtà diverse, può portare una dimensione di ascolto e cura, di aiuto e iniziativa, non limitandosi agli aspetti meramente sociali degli stessi fenomeni, ma, come si è detto al convegno, in grado di guardare alle ferite dell’anima, rinnovando quel ruolo sapienziale, oltre che tecnico, che le radici an­tiche della professione tramanda­no ai medici attuali, e che i medici attuali devono offrire all’intera società.

Ciò che mi spaventa

non è la violenza dei cattivi;

è l’indifferenza dei buoni.

(Martin Luther King)