Giovani medici: andiamo oltre le parole

18 marzo 2019
Giovani medici “migranti”, pronti a fare la valigia. Il dato secondo ADN Kronos ci dice che in 10 anni - dal 2005 al 2015 - sono stati 10.104 gli ‘espatriati’. Un viaggio che porta più di un ter¬zo delle nostre giovani speranze ad attraversare la Manica verso la Gran Bretagna che è, oggi, la meta preferita dei neodottori in medicina. E poi la vicina Svizzera che ne accoglie secondo i dati della Commissione Europea sulle migrazioni dei professionisti, oltre il 25%. Una scelta spesso obbligata per una opportunità immediata di inserimento nel mondo professionale rispetto ad una incertezza ed al rischio di un “limbo” di attesa o precariato infinito. 
Giovani fuori dai percorsi del lavo¬ro, lontani dal circuito della stabilità, condannati alla precarietà, stanchi di cercare, disillusi o assenti. Un dato spesso drammatico, uno dei lati oscuri delle nostre società, un muro difficile da scalare o da ab¬battere. Ma anche una condizione diffusa che rischia di sfumare nello stereotipo e nel luogo comune. I giovani come oggetto di esercizi di demagogia, con pensieri o considerazioni ispirati ad una certa ipocrisia. Parole, parole, parole, ma all’atto pratico, sul cosa fare, come agire, quali soluzioni spendere, allora il cicaleccio di fondo tace, cadono nel silenzio i clamori del circo mediatico, editorialisti e commentatori non fanno più opinione. Troppo facile continuare a privilegiare le considerazioni generiche e gli slogan più abusati. 
È necessario fare uno sforzo di concretezza. Un esercizio indispensabile è quello di restringere il campo, distinguere, tenere i piedi per terra, nel nostro caso fissare lo sguardo sui giovani medici. 
Una realtà di oggi, interessata da vicino dalla difficoltà ad entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro, dalla prospettiva di un futuro precario. La fuga all’estero degli ultimi dieci anni comporta una perdita secca di specialisti, di una grande quantità di giovani che cercano altrove la possibilità di svolge¬re appieno la professione su cui hanno scelto di investire impegno e passione. Certamente non è irrilevante una scelta di questo tipo. È una sconfitta per tutti pensare che giovani che affrontano un percorso universitario impegnativo nel nostro Paese (sei anni del corso di laurea in medicina e chirurgia più tre anni per la formazione specifica in medicina generale o quattro per la formazione specialistica ospedaliera) sentano la necessità di varcare la frontiera alla ricerca di un luogo in cui completare il proprio percorso formativo o svolgere la propria professione. Una scelta dura per i giovani medici, ma anche un’opzione imbarazzante per tutti noi. Una fuga che impoverisce e penalizza la realtà sanitaria nazionale. 
Del resto si tratta di una scelta largamente obbligata, che spesso lascia ben poco spazio a scelte alternative. 
Ogni anno sono circa 10mila i neolaureati che escono dalle nostre facoltà di medicina e che devono fare i conti con un numero di borse di studio che, complessivamente, arriva intorno a quota 8mila, impedendo ad un numero considerevole dei neolaureati, ogni anno, di proseguire e completare il proprio percorso formativo di specializzazione, necessario per l’inserimento nel sistema sanitario. 
Difficoltà strutturali e ritardi nell’ingresso nel mondo del lavoro non sono un’esclusiva dei giovani medici, ma in area sanitaria acquisiscono un’importanza epocale, e questo perchè si intrecciano con l’uscita dei medici che vanno in pensione e con il rischio che le corsie degli ospedali si svuotino senza rimedio. Se poi si aggiungono la riforma delle pensioni e il varo della “quota 100”, il servizio sanitario nazionale si troverà ad affrontare un trauma senza precedenti: stando ai dati Ansa in Italia nei prossimi 5 anni verranno a mancare 45.000 medici per via dei pensionamenti. Il problema tocca sia i medici di famiglia sia i medici del Servizio sanitario nazionale. Nelle proiezioni a 10 anni l’“emorragia” è in aumento esponenziale: al 2028 saranno an¬dati in pensione 33.392 medici di base e 47.284 medici ospedalieri, per un totale di 80.676, uscite che non saranno bilanciate da altrettante assunzioni. 
Fuga all’estero dei giovani medici e uscita dei medici pensionandi dà vita ad un gap micidiale, che minaccia presente e futuro della nostra sanità pubblica. Gap che non si attenua grazie all’ingresso di una generazione intermedia di me¬dici, tra sessantenni e 25-30enni, che non c’è. 
Problemi e rischi segnalati da anni, ma senza che ciò abbia mai fatto mettere in campo soluzioni con¬crete, senza che faccia nascere un sussulto di iniziativa da parte della classe politica e amministrativa, senza che si recuperi una soddisfacente programmazione dei fabbisogni sanitari. Un vuoto che ha reso l’emergenza generazionale una questione improvvisa e inevitabile. Un vuoto che certamente non potrà essere superato rapidamente, ma che impone una strategia di ampio raggio, incisiva su piani diversi, da percorsi di orientamento nelle scuole superiori, alla revisio¬ne dei meccanismi di accesso a medicina, alla puntuale programmazione delle scuole di specializzazione (garantendo che al numero di laureati corrispondano altrettante borse di specializzazione), all’ingresso stabile nella professione. Non soluzioni-tampone, spesso di dubbia utilità, ma scelte strutturali, da portare avanti con ostinazione e continuità. Al di là e oltre le ricette semplicistiche e banalità da talk-show. 
 
Non hai bisogno 
di vedere l’intera scalinata. 
Inizia semplicemente 
a salire il primo gradino. 
 
Martin Luther King